Lo ammetto: sono sempre stato innocentista. E come me, tanti altri, soprattutto tra chi ha avuto modo di conoscere e frequentare don Gianfranco Roncone, come amico e come fedele. Perché è sempre stato difficile, se non impossibile, intravedere l’immagine della perversione e dell’abuso dietro la figura mite, discreta, a volte dimessa, di questo giovane prete di provincia. È vero la conoscenza di una persona non è mai definitiva, viviamo indossando delle maschere, e spesso i “mostri” si nascondono nelle esistenze più normali. È vero anche che resta, sebbene molto minore, la macchia di una condanna, con pena sospesa, per possesso di materiale pedopornografico. Tuttavia, al di là degli aspetti processuali, di cui non conosco quei particolari che consentirebbero di avere un quadro obiettivo dei fatti, vorrei sottolineare soprattutto le distorsioni che hanno caratterizzato la cronaca di questa storia nell’arco di circa tre anni. A partire da un’enfasi eccessiva che dal punto vista mediatico è stata data alle indagini dei carabinieri della stazione dei carabinieri di Vairano Scalo. Mi riferisco al famoso posto di blocco notturno presso il cimitero di Vairano, da cui poi sarebbero partite le indagini, successivamente formalizzate nei capi d’imputazione a carico dell’ex parroco di Presenzano. Indagini e accuse, fasi preliminari ed interlocutorie di un procedimento giudiziario, appunto, non verità processuale definitiva. Se si capovolge, come spesso è accaduto, l’ordine di successione di questi momenti, il disastro è assicurato. Non dimentichiamoci cosa è stato scritto nelle fasi iniziali di questa vicenda, appena sono “trapelate” le prime indiscrezioni e i primi provvedimenti della magistratura: un giro di prostituzione minorile e di abusi su minori diffuso nelle parrocchie della diocesi di Teano-Calvi, di cui avrebbe beneficiato il religioso originario di Sparanise, grazie a regalie varie (soldi, ricariche e anche un motorino) e all’aiuto di alcuni ragazzi complici nell’organizzare gli incontri sessuali occasionali, con alcune case canoniche, compresa quella di Presenzano, adibite a locali a luci rosse. Ma questo giro di prostituzione minorile diffuso tra i chierichetti delle chiese dell’Alto casertano esisteva realmente? No. Sono stati individuati i giovani complici che avrebbero adescato ragazzini per soddisfare, in maniera clandestina, i piaceri della carne di don Gianfranco? No. Alla luce della sentenza di primo grado, dunque, si può affermare che questi pilastri dell’impianto accusatorio, in base al quale era stata chiesta una condanna di oltre 8 anni e 6 mesi, sono crollati, tanto è vero che proprio i due reati più gravi, induzione alla prostituzione minorile e abusi su minori, sono stato giudicati privi di fondamento. Il fatto non sussiste, insomma. Cruciali, in questo senso, sono stati i testimoni convocati dagli avvocati difensori durante la fase dibattimentale. Anche qui, nella ricostruzione del loro interrogatorio, la solita lente distorsiva dell’informazione locale: non dichiarazioni sotto giuramento che, vista la sentenza, sono state ritenute valide, ma tentativi di “salvare” don Gianfranco, una sorta di complicità omertosa per scagionare il prelato dalle accuse più infamanti. A questo proposito, per estrema sincerità, devo dire che se la linea difensiva degli avvocati di don Gianfranco si è rivelata vincente, non altrettanto si può dire della strategia comunicativa. Perché se non si interviene al momento opportuno per riequilibrare una ricostruzione parziale di una vicenda così delicata , non c’è assoluzione che tenga dinanzi ad una reputazione distrutta dalla pubblicazione a puntate di stralci di quelle che sono soltanto le posizioni dell’accusa.

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